Senza macchia

“E’ vero che Dio ti ha proibito di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza?” La voce proveniva da un punto non ben definito. Era diversa da quella di suo padre. Non pareva che volesse fare una semplice domanda, ma piuttosto mettere in dubbio qualcosa. Avrebbe potuto benissimo aggiungere “ma dai, non ci posso credere!”. Sembrava che quella voce fino ad allora sconosciuta avesse voglia di pettegolezzi.
La ragazza non rispose. Perché avrebbe dovuto rivelare ad uno sconosciuto qualcosa che non lo riguardava? La voce si fece più insistente: “Dai, mica ti faccio niente. Era solo una domanda, diciamo, una curiosità”. La ragazza si voltò, credendo di aver percepito un fruscio. Non avrebbe mai rivelato
nulla, così, solo per curiosità. Nel giardino non c’era proprio niente da curiosare. Tutto era chiaro, tutto si poteva vedere, nulla era nascosto. Un’altra cosa strana era che la voce non era stata preceduta da rumore di passi. Sembrava provenire ora da una direzione, ora da un’altra, ma era preceduta solo da un rumore sordo e continuo. Perché non usciva allo scoperto? Il giardino era bello, tutto bello. Non c’era proprio nulla da temere. Perché nascondersi? La ragazza si avvicinò ad un albero non tanto alto, dal cui tronco intrecciato e rugoso partivano due rami orizzontali, uno a destra ed uno a sinistra, che come due braccia aperte sembravano invitarla ad abbracciarlo. Lei, ammirandolo, rispose all’ invito.
La voce si fece sprezzante: “Se non rispondi, allora vuol dire che è vero che Dio ti ha proibito quel frutto così desiderabile! Guarda com’ è bello! Secondo te, Dio, buono com’è, ti proibirebbe di mangiarlo?”. La ragazza era convinta che la voce provenisse dal basso e le parve di aver notato una nuvola di polvere alzarsi non lontano da lei. “Proprio perché è buono, sa cosa potrebbe farmi male”, pensò tra se. Ora non aveva dubbi: quella strana voce, che nulla aveva in comune con quella di suo padre, non apparteneva al giardino. Chiunque fosse, si era intrufolato dentro senza permesso.
“In realtà, Dio sa che se tu mangiassi quel bel frutto, diventeresti come lui! Che ti ha detto invece? Che moriresti di certo? E tu credi che Dio possa morire?”. Questa volta la ragazza percepì qualcosa vicino al piede, ma durò solo un attimo. “Diventare come lui? – pensò tra se, rimanendo però sempre in silenzio – Gli somiglio così tanto: quando mi guarda, è come se si riflettesse un uno specchio”.
“Forza, avanti, prova e vedrai! So che hai fame, assaggialo… stai tranquilla, non morirai, anzi diventerai una dea e tutto quello che vedi sarà tuo”. La voce si era fatta ferma, imperativa. Stava cercando forse di darle un comando?  La ragazza questa volta aveva visto un essere sottile, veloce e viscido muoversi tra le rocce proprio di fianco a lei. Quella strana bestia era veloce, ma lei poteva esserlo di più: alzò il piede e lo fece ricadere sul corpo di quell’essere. “E’ già tutto mio: sono sua figlia”. Disse la ragazza mentre schiacciava quel brutto coso tanto impertinente.
Sentì i passi leggeri di Dio avvicinarsi a lei. “Maria, dove sei?”. La ragazza fece un gran sorriso: finalmente una voce familiare, piena di amore e non di curiosità. Correndo verso quei passi, preceduta da un vento leggero, rispose: “Eccomi, padre. Sono pronta”. La ragazza era splendente. “Come sei bella!” le disse, mentre la stringeva in un abbraccio. Si avvicinarono all’albero della conoscenza e guardandolo, la ragazza domandò: “Perché la creatura per cui hai creato tutto questo giardino verdissimo e ricco di piante, fiori, acqua freschissima e limpida, ha voluto fare esperienza del deserto arido, senz’acqua, senza vita?”.
“Perché non si è fidata di me”, rispose Colui che le stava accanto, la cui voce sembrava un alito di vento.
La ragazza sembrava sconvolta dalla risposta: “Ma allora di chi? Se non di una padre, di chi dovrebbe fidarsi?”
“Di un essere astuto e menzognero… di un essere invidioso ed inquieto, pronto ad uccidere pur di estinguere la sete che ha. Da quando l’ho cacciato dal giardino, vaga nel deserto che sta oltre l’albero della vita. Non potrà mai più godere di ciò che sta qui. La sua sete sarà inestinguibile”. “Ma perché convincere anche altri a fare la sua stessa fine?”

“Per invidia. Se esso non poteva più avere tutto questo” esclamò la voce soave, allargando le
braccia come per indicare tutto ciò che stava intorno e poi richiudendole sulla ragazza. “Nessun
altro doveva averlo”. “Ma perché? Quando era qui, avevi detto che era buono… come può ora volere così male alle tue creature più belle, quelle che ti sono così simili”. “Se ti allontani dalla sorgente, come puoi continuare a portare acqua? Tu sai che io sono Amore. Se ti allontani da me, come puoi continuare ad amare? Esso non ama più, perché mi ha rifiutato. Mi ha escluso da se stesso. Ora che ha spezzato il legame dell’amore che lo ha creato, non prova più nessuna gioia, nessuna soddisfazione. Ora, per saziare quella sete che lo tormenta, non fa che desiderare per possedere. Questo è l’opposto dell’amore. Esso vuole tutto, perché, senza l’amore ha solo il nulla”.
Dicendo questo, si chinò sulla terra rossastra e ne prese un poco tra le mani. Chiudendo il pugno
disse “Guarda. Se prendi la polvere tra le mani ti sfugge… non riesci a trattenerla”.
Poi, preso un altro poco di terra, vi sputò sopra e cominciò a lavorarla abilmente tra le dita. “Ma
se la impasti con il mio amore, allora essa si lascia afferrare e plasmare”.  Ne uscì la bellissima statua di un fiore, che porse alla ragazza. Prendendola in mano, il fiore divenne una bellissima rosa. “E’ stupenda… come ogni opera delle tue mani”, gli disse lei con sguardo affascinato.
“Cara figlia, tu non hai mangiato il frutto dell’albero della conoscenza”, il tono era diventato più
greve, “per te, sarà inconcepibile il male che vedrai. Per questo le tue sofferenze saranno ancora
peggiori di quelle di Adamo ed Eva”. La ragazza lo guardò: “Fai di me quello che hai fatto con questa terra… io voglio essere polvere nelle tue mani, impastata nel tuo amore.” La ragazza passò accanto all’albero della vita e provò un brivido, ma non si voltò. Senza paura, attraversò la fiamma e gli Angeli che come sentinelle custodivano quella pianta tanto preziosa. Se qualcuno avesse tentato di mangiare il frutto dell’albero della vita per possederlo, sarebbe morto per sempre. Dio non voleva che nessuna delle sue creature facesse la fine di quell’angelo separato. Per questo aveva messo delle guardie potenti intorno all’albero. Chi aveva fatto esperienza del male, mangiando il frutto dell’altro albero, non doveva farne esperienza per sempre, non doveva esserne per sempre schiavo.
Dio, però, non si era dimenticato un solo giorno di quei figli che aveva creato con quelle sue stesse mani e che lo avevano però rinnegato come loro creatore, fidandosi di un essere inferiore e infido. Da allora loro si erano nascosti da Lui. Non riuscivano più a sostenere il suo sguardo. I loro occhi si erano “aperti”, come aveva insinuato l’essere, ma ora non potevano più vederlo. Era arrivato il momento di riabbracciarli. C’era solo un modo per farlo: ricominciare tutto d’accapo. Ripetere la creazione. Ma questa volta, sarebbe stato diverso. Non poteva cancellare con un colpo di spugna l’esperienza del male che per loro scelta era entrata nel loro cuore, facendolo ammalare.
Quella malattia non era però riuscita a cancellare l’impronta che Lui stesso aveva lasciato nel cuore quel sesto giorno della Creazione. Questa volta, avrebbe mandato Suo Figlio. Lui stesso sarebbe diventato l’albero della vita, piantato in mezzo a loro. Quello Spirito che in principio aveva aleggiato sugli abissi, ora sarebbe entrato nel deserto al di là del giardino. La Madre lo avrebbe portato, il Figlio lo avrebbe donato. Chi avesse creduto in loro, avrebbe ricevuto il fuoco purificatore ed avrebbe potuto mangiare
dell’albero della vita ed i loro cuori sarebbero stati guariti. Così, finalmente, non avrebbero più dovuto nascondersi da Lui, che li aspettava come un padre in pena per i suoi figli. Lo avrebbero riconosciuto, avrebbero potuto vederlo passeggiare accanto a loro nel giardino. Ancora una volta non li avrebbe costretti: avrebbero dovuto scegliere.  “Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è Lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare nel paese che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri…” (Deuteronomio 30,19-20)
La Madre ed il Figlio avrebbero fatto di tutto per aiutarli, per mostrare loro la strada di casa e per recuperarli quando l’avessero persa. Lo Spirito avrebbe scritto la Verità nei loro cuori , dando loro la capacità di distinguere il bene dal male. “Ecco, io vengo presto” (Apocalisse 3,11), disse guardando la ragazza che si allontanava. «Ecco, io vi mando il mio messaggero, che spianerà la via davanti a me e subito il Signore, che voi cercate, l’Angelo del patto, che voi desiderate, entrerà nel suo tempio. Ecco egli viene». (Malachia 3,1)
Lo Spirito Creatore la avvolse di una luce intensa, sfavillante. La ragazza, subito dopo essere uscita dal giardino, si trovò in una foresta di rovi. Era un luogo desolante: solo spine con il loro grigiore, niente foglie, nessun colore. Si abbracciò il ventre, come a voler proteggere qualcuno. Sotto al suo cuore puro, la ragazza portava un bambino. Le spine erano così fitte, che non poteva evitarle, ma al suo passaggio la foresta grigia e piena di aghi si trasformò in un roseto. Nessuna spina la punse. Quel bambino l’aveva protetta di nuovo. In fondo a quel tunnel spinato, iniziava il buio. La ragazza non si fermò ed entrando nell’oscurità la squarciò. “Il popolo che camminava nelle tenebre, vide una gran luce” (Isaia 9,1). “La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta”.

La meditazione è di Elena Martinz

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