S. Elisabetta della Trinità: Apostola dell’Amicizia

S. Elisabetta della Trinità: Apostola dell’Amicizia

Nel luglio del 2016, facendo colazione intorno alla tavola in cucina, raccontavo ad una consorella due aspetti del mio carattere che non sembrava si sarebbero mai potuti chiamare doni di Dio, ma che sembravano invece solo fonte di costante fatica (e anche di tentazione o peccato): la sensibilità e la testardaggine. Senza batter ciglio, la consorella si è girata verso di me e ha mi detto: «Tu, Briana, devi leggere la vita di Elisabetta della Trinità. Credo che fra voi due potrebbe nascere una grande amicizia». Incuriosita, un’altra consorella mi ha portato un suo libro da casa e ho iniziato subito a leggere.

Elisabetta Catez nasce in una baracca nel campo militare d’Avor (Bourges, Francia) il 18 luglio 1880, figlia del capitano Joseph Catez e di Marie Rolland; la seguirà la sorellina Margherita nel 1883. Un’anima sensibile con una volontà di ferro, Elisabetta affronta la sua prima prova a sette anni quando il papà muore all’improvviso fra le sue braccia per un arresto cardiaco. La morte del papà, la responsabilità verso la sorella e l’affetto della mamma plasmano la piccola Elisabetta in tal modo che quando arriverà alla prima Comunione, non si percepirà più la sua natura impetuosa da bambina, ma una maturità arricchita dalla sua tipica vivacità e dalla sua caratteristica passione, ora purificate. Appena prima di compiere quattordici anni, si sente chiamata ad essere Sposa di Cristo e fa subito un voto privato di verginità. Svela alla mamma il suo desiderio di entrare nel Carmelo, ma le viene negato l’ingresso fino al suo ventunesimo compleanno, quando, fra le lacrime, la mamma le concederà di andar via di casa. Dopo la messa del 2 agosto 1901, la sorella Margherita, la mamma e qualche amica accompagnano Elisabetta alla porta del convento.

Elisabetta, malata di Addison, muore a ventisei anni il 9 novembre 1906, consumata dal dolore e dall’Amore dei suoi “Tre”: la Trinità che la abitava.

Perché credo che lei sia l’Apostola dell’Amicizia quando di fatto ha passato gli ultimi anni della sua gioventù dietro la grata in clausura? Dall’età di nove anni fino ai suoi ultimi giorni sulla terra, Elisabetta ha scritto più di duecentottanta lettere a familiari, amici, sacerdoti, consorelle e molti altri. Racconta della sua quotidianità, certamente, ma il più delle volte incoraggia appassionatamente il destinatario ad affidarsi completamente a Dio in tutte le circostanze della vita, perché è solo Lui che darà la gioia vera cui aneliamo. Ed ella promette loro, costantemente, la sua amicizia fedele e presente.

Nell’ anno 2020, con la pandemia che stiamo affrontando, noi tutti ci siamo avvicinati più che mai ad una vita di clausura dietro la “grata” della nostra casa, sperando di evitare il contagio, proteggere i nostri cari e superare le difficoltà che l’incertezza e l’ignoto ci portano. Spesso il tempo “indeterminato” del lockdown ci sembrava sorgente di una solitudine insormontabile, una distanza soffocante e fredda e così, pur di non rinunciare al solito “sentirsi vicini”, alcuni di noi si sono avventurati con mezzi tecnologici fino ad allora inutilizzati, per farsi presenti l’uno all’altro. All’inizio dello scorso secolo a Digione, in Francia, però, la piattaforma Zoom non esisteva e quando recentemente leggevo alcune lettere della giovane Santa Elisabetta della Trinità, notando che a lei non era servito un mezzo del genere, questa pagina mi è subito saltata all’occhio:

«Vede, al Carmelo è come in cielo, non ci sono più distanze, è già in atto la fusione delle anime. Questa unità “consumata” è stato il desiderio del Maestro. L’ha chiesta al Padre, la sera dell’Ultima Cena, nella preghiera tutta traboccante d’amore per coloro che si accingeva ad amare fino alla fine: “Padre, che tutti siano uno!”. Mi piace tanto ripetere con Lui questa preghiera e in quei momenti mi sento così vicina a lei, mia cara M. Luisa. Vede, dopo che sono al Carmelo, sebbene non le abbia quasi dato segno di vita, mi pare di amarla più profondamente, e questo perché Colui che mi ha voluta tutta per sé, è puro amore e io mi sforzo di identificarmi con Lui in ogni cosa. È col suo Cuore che l’amo, è con la Sua anima che prego per lei!» (Lettere 149).

Non ci sono più distanze. Lettera dopo lettera, Elisabetta ripete che il suo essere fisicamente lontano da loro l’ha portata invece intimamente più vicina ad essi perché ora lei si è immersa nel cuore della Trinità. La preghiera è come un canale di vicinanza che va al di là dello spazio e il tempo! Elisabetta scrive con un’intensità e un affetto che risaltano attraverso le pagine, e nonostante non abbia scritto nessuna lettera a noi personalmente, mi rendo conto che mentre le leggevo, sembrava che stesse parlando a me, a noi. Come se volesse assicurarci la sua presenza, il suo affetto, la sua intercessione presso i “Tre” per ogni grazia a noi necessaria per accogliere la Sua volontà e il Suo amore nella nostra vita: «Se tu sapessi quanto penso a te e quanto prego per te…» (L 144).

Elisabetta ci pensa e intercede per noi, sempre.

«Mi sembra che in cielo la mia missione sarà quella di attrarre le anime, aiutandole ad uscire da se stesse per aderire a Dio con un movimento del tutto semplice e pieno d’amore, e di custodirle in quel grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in loro, e di trasformarle in Lui stesso» (L 280).

È vero che per il momento non abbiamo la possibilità di trovarci come si faceva tranquillamente prima del Coronavirus, ma questo non ci impedisce di abbandonare al cuore della Trinità ogni nostra preoccupazione l’uno per l’altro e ogni nostro affetto, per ritrovarci tutti insieme in Lui. Saremo una cosa sola in Cristo, lì dove non ci sono più distanze, e le amicizie che teniamo più vicine al cuore saranno rinnovate nel Suo amore infinito e onnipresente. Elisabetta stessa ha detto che ci aiuterà ad uscire da noi stessi per avvicinarci a Dio, e che lei ci custodirà in ogni passo di questo processo dolce, ma a volte difficile, di trasformazione. Questa trasformazione è anche la «fusione delle [nostre] anime» nel momento in cui siamo tutti uniti in Dio. Non credo che ci sia amicizia più salda di questa, ed Elisabetta ce la propone anche oggi:

 «…Il Cristo ci introduce in quelle profondità, in quegli abissi dove non si vive che di Lui» (L 129).

Proposito concreto:

Oggi decido di mettere da parte quindici minuti per far diventare la mia “clausura in casa” un luogo di preghiera. Porto ogni mia preoccupazione a Dio e affido ogni amicizia e ogni persona cara alla Sua immensa bontà. Chiedo che Lui si faccia vicino a chi amo, e mi affido alla Sua grazia che opera lì dove non potrei mai arrivare. Se mi è possibile, chiedo agli amici una loro intenzione che posso affidare a Elisabetta, la mia nuova amica, sicuro/a che ella subito l’affiderà alla “sua” Trinità tanto amata.

La meditazione di agosto è a cura di Briana Santiago

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