Il sacerdote e la misericordia

Il sacerdote e la misericordia

In un’intervista condotta dal direttore della Civiltà Cattolica Padre Antonio Spadaro, il Santo Padre Papa Francesco definisce se stesso come un peccatore guardato da Dio con misericordia. Questo lo può ben dire ogni sacerdote. La chiamata di Dio è misteriosa e al contempo certamente frutto di misericordia; chi oserebbe attribuirsene il merito e la dignità? Tutto nella vita del sacerdote parla di misericordia.

La sua vocazione mira a produrre e moltiplicare misericordia. Quante volte abbiamo sentito dire che il sacerdote nel confessionale deve far fare l’esperienza della misericordia? È forse cambiato l’insegnamento della Chiesa dal momento che non si parla tanto della giustizia di Dio, né tanto meno della sua ira?

Ho voluto quest’anno appositamente approfondire e rispondere a questi interrogativi che spesso si affacciano alla mente dei credenti, soprattutto di quelli la cui formazione catechetica risalga a prima del concilio.

Una orazione della liturgia mi ha offerto la chiave per sciogliere l’enigma: «O Signore che manifesti la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e con il perdono … ». Perché diciamo che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto attraverso la misericordia e il perdono?

La misericordia è un attributo di Dio, e, al dire di S. Giovanni Paolo II, è il più bell’attributo di Dio.

Tramite essa Dio “ri-crea” nell’uomo (nel penitente, in questo caso) la capacità di amare.  L’uomo con il peccato perde la Grazia di Dio, la carità, la capacità di amare come ama Lui.  Il perdono, la misericordia di Dio non è altro che la restituzione all’uomo della capacità di amare. Quindi la misericordia, il prendere su di sé il peccato dell’uomo da parte del Figlio, produce questa nuova creazione: l’uomo ora può nuovamente amare alla maniera di Dio.

A questo punto chiediamoci: cosa è la giustizia? Sappiamo dal Catechismo (#1807) che la virtù della giustizia consiste nel dare a ciascuno il suo. Non ci deve quindi meravigliare che giustizia e misericordia coincidano: più sono peccatore e più il mio stato richiede misericordia; e questo proprio per adempiere la giustizia.

La misericordia accordatami produce in me la possibilità di corrispondere all’amore ed è quindi fonte di nuova misericordia, questa volta quella prodotta dalle mie opere.

Ecco perché in questo anno giubilare siamo invitati a riscoprire le opere di misericordia. La misericordia ricevuta non rimane inerte. Al contrario si muove e si rende tangibile. Il penitente diviene sensibile alle miserie umane,  sviluppa l’atteggiamento del prendersene cura e si aziona nel concreto ad intervenire con le cosiddette opere di misericordia.

Questo bel circolo virtuoso è proprio lo specifico del ministero del perdono concesso al sacerdote.

Far fare l’esperienza della misericordia di Dio non vuol dire semplicemente accogliere senza rimproverare il penitente; vuol dire rendere il penitente consapevole di essere ricreato dal sacramento della riconciliazione tanto da infervorarlo ad impegnarsi nel produrre opere di misericordia.

La giustizia di Dio sprona il sacerdote a donare maggiore misericordia a chi maggiormente ha peccato proprio perché la giustizia vuole che a ciascuno sia dato il suo, e più sono peccatore, più il mio stato richiede misericordia.

Dunque Dio è sommamente giusto proprio perché sommamente misericordioso. Giustizia e misericordia, alla fine, coincidono.

Ma potremmo chiederci: che fine ha fatto l’ira di Dio?

L’ira di Dio è “la nostra salvezza”; è quando Dio si stanca del male nel mondo e interviene ad introdurre la sua grazia. Dio è irascibile non contro il peccatore ma contro il peccato e ci insegna a fare lo stesso. Quindi l’ira di Dio è l’intervento di Dio rivolto al male nel mondo, e non all’essere umano che ha peccato.

Il sacerdote, più di qualunque battezzato, è tenuto a professare la fede nella misericordia di Dio, a sperimentare su di sé e ad elargire la misericordia di Dio, ad implorare e pregare per ottenere misericordia. Ecco perché l’azione principale del sacerdote è la celebrazione eucaristica che altro non è se non rendimento di grazie per questo immenso dono.

Come può il sacerdote essere in grado di incarnare la Misericordia di Dio? Di per sé, Gesù Cristo è l’unico che può essere definito davvero cristiano; ecco che allora il sacerdote è chiamato a far vivere Gesù dentro di sé, a celebrare  contemplare e vivere l’Eucarestia fino a dire con San Paolo: «non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

 

Suggerimenti per un proposito concreto:

 Alla luce dell’affermazione che solo Gesù Cristo può essere definito “cristiano”, facciamo il proposito concreto di farci assimilare da Cristo impegnandoci a vivere con maggior frequenza e zelo i sacramenti della riconciliazione e dell’Eucarestia. Mentre sono in fila per ricevere il Corpo di Cristo posso ripetere la seguente giaculatoria: «Signore vengo da Te per essere Te».

 

La meditazione di questo mese è di Tiziana.

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